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 La triste storia di Rachele, ragazzina Testimone di Geova si toglie la vita

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Dario Piraino
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MessaggioOggetto: La triste storia di Rachele, ragazzina Testimone di Geova si toglie la vita   Mar Dic 29, 2009 11:02 pm

Rachele che non sorride più
Aveva quindici anni. Aveva finito la scuola media e s'era iscritta all'alberghiera. Ma i suoi genitori s'erano opposti. Allora s'era iscritta ad un corso per parrucchiera. S'erano opposti ancora.
Si chiamava Rachele, Rachele Scicolone. Aveva 15 anni e sua madre e suo padre erano Testimoni di Geova. Rachele non poteva studiare solo per questo. Rachele non doveva mischiarsi con "le persone del mondo", avrebbero potuto corromperla, traviarla. Rachele era mora, slanciata, solare: entrava in un posto e il suo sorriso illuminava la stanza. Rachele aveva la vita che le fioriva negli occhi.
Aveva sogni da ragazzina, Rachele. Sognava i jeans della Levi's, le scarpe della Nike, la maghietta di CocoNuda. Ma non avrebbe mai potuto averli, perchè la madre e il padre di Rachele erano Testimoni di Geova, e le "cose del mondo" a Rachele erano proibite: niente Nike, niente Levi's, niente maglietta. Un mondo piccolo, troppo piccolo, per un sorriso così grande, per tutta quella vita negli occhi.

E tutti i suoi desideri ruotavano intorno all'hamburger da McDonald's, ad una passeggiata per le strade di Licata, a qualche chiacchierata con gli amici. Amici. Rachele aveva solo compagni di fede, di una fede che non riconosceva sua. Una fede subita. Aveva il permesso di uscire di casa solo per "servizio": con in braccio i suoi giornalini, a bussar casa per casa, per diffondere la parola di Geova. Rachele sentiva il bisogno di amici. Amici veri, che non stessero lì a controllarne ogni gesto, a misurarne ogni respiro, a valutarli nell'ottica del peccato, con le uniche categorie mentali di bene e male, di giusto e sbagliato. Troppo stretto, quel mondo, troppo stretti quei lacci che non aveva mai riconosciuto come suoi.
E per le Nike, per l'hamburger da McDonald's, Rachele aveva rubato. Pochi spicci, durante le adunanze, rubati dalle tasche dei cappotti. I soldi di un hamburger, di un rossetto. Cose comuni, tra ragazzini. Un sintomo di disagio, una muta richiesta d'aiuto. Ma non l'avevano vista così suo padre e sua madre. Rachele era una peccatrice. E da peccatrice era stata trattata, denunciata agli anziani della congregazione. E "per il suo bene" gli anziani della congregazione l'avevano segnata. Dinanzi all'intera congregazione dei fedeli avevano raccontato il suo peccato, coprendola di vergogna, di disonore, di umiliazione. Pochi spicci, un peccatuccio veniale, da ragazzi.
Se Rachele avesse fatto un'altro sbaglio l'avrebbero "disassociata", buttata fuori dalla congregazione, trattata da reietta. Rachele aspettava di compiere diciott'anni, aspettava il giorno in cui avrebbe potuto gettar via il giogo e assaporare la libertà. La libertà di una passeggiata, di un libro, di un hamburger. Ma quanto sembrano lunghi tre anni, quando se ne hanno quindici! La vergogna, l'umiliazione, le bruciavano la faccia. Se gli anziani l'avessero buttata fuori, anche sua madre e suo padre l'avrebbero cancellata dalla loro vita. Avrebbe perduto il loro affetto, il calore di casa, quel sentirsi al sicuro e protetta nel suo letto. Certo, sua sorella le aveva detto che se la sarebbe presa in casa, ma non sarebbe mai stata davvero a casa.
E poi c'era stata la faccenda delle sigarette. La madre le aveva trovate nel suo zaino, nascoste sotto i libri, il portafogli, il pacchetto di fazzoletti di carta. Rachele sapeva che lo avrebbe detto agli anziani. Sapeva che bastava quello a farla mettere fuori. A perdere l'amore di sua madre, di suo padre, l'amore di casa.
Era il 21 settembre 2006. Giornata di adunanza. Rachele era andata con sua madre. Erano tornate tardi. Sua madre l'aveva lasciata davanti al portone di casa, le aveva detto di salire a riscaldare la cena mentre lei andava a parcheggiare. Pochi minuti, il tempo di trovar uno spazio libero ai bordi della carreggiata. Cinque minuti. Rachele aveva aperto il portone, aveva fatto cinque rampe di scale, aveva aperto la porta di casa. E forse aveva pensato che in quella casa non ci sarebbe rimasta a lungo. Bastava una parola degli anziani. Una parola, una sola, e avrebbe perso tutto.
Aveva spalancato il balcone, aveva preso una sedia, l'aveva accostata alla ringhiera. Aveva afferrato un foglio, scritto con mano malferma poche parole: "Perdonatemi, vi voglio bene". Poche parole, e tutta la vita negli occhi consumata in un rigo, consumata nel salire sulla sedia. Era tardi. Era buio. Era notte. I lampioni erano occhiate di luce sull'asfalto. C'era un'aria leggera, calda ancora d'estate. Chissà quanto pesava quell'aria. Meno del peso che sentiva nel cuore, nella testa, nello stomaco. Era buio. Meno buio del buio che le aveva mangiato la vita dagli occhi. Meno buio. Sembrava buono, quel buio. Caldo, sicuro. Sembrava chiamarla. Piano, in un sussurro gentile. Era buono, quel sussurro. Caldo, sicuro. E Rachele chiuse gli occhi e si gettò nel buio.



Tratto da: http://www.bispensiero.it/index.php?option=com_content&view=article&id=360:rachele-che-non-sorride-piu&catid=80&Itemid=615
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